Prendere un tè nel deserto d’autunno

Sono molto felice di tornare a scrivere dopo la pausa augustana, con nuovi propositi e speranze su quel che da settembre mi aspetta. E sono altrettanto entusiasta di aver letto cinque degli otto libri della mia lista estiva (non vi ricordate quali erano? Eccoli qua Programmazione estiva), il che non è un risultato da poco.

Cosa ho fatto questa estate? Beh, ho risolto omicidi a Ulan Bator con il commissario Yeruldelgger, ho navigato i sette mari alla ricerca delle origini del suo rapporto con l’uomo, ho coltivato la valle dell’Eden con dei veri americani, ho volato per la Turchia a bordo di un tappeto volante e ora vi scrivo da Arrakis, un lontano pianeta quasi totalmente privo di acqua.

Ci siete mai stati? Non è un posto idilliaco e non si possono organizzare molte attività all’aria aperta, ma è un buon posto per una vacanza impegnata. Non andateci se pensate a un weekend rilassante prima del ritorno in città: faide fra famiglie per il controllo economico, basato per lo più su una droga pericolosissima che si chiama melange, detta “la spezia”; una popolazione autoctona che brilla per inventiva e tradizioni, ma non certo per l’ospitalità; rapaci succhia-sangue e vermi lunghi 400 metri (nulla a che vedere con i luridi bestioni di Tremors, ve l’assicuro) che ingoiano caterpillar come se niente fosse; un protagonista non particolarmente simpatico ma in cui è facile immedesimarsi, anche se è il Messia; una comunità femminile, le Bene Gesserit, che sono un po’ first lady, un po’ streghe, un po’ spie russe, ma dopo tutto davvero affascinanti.

Dune di Frank Herbert, il primo di un ciclo di sei libri, è universalmente riconosciuto come capostipite della fantascienza moderna per la capacità profetica della trama che si barcamena fra religione e potere, la profondità della rappresentazione di un popolo e di un pianeta, con tradizioni, lingue ed ecosistema, e per l’inserimento di problematiche politiche in un genere che, almeno fino al 1965, non era andato più in là di robot e navicelle spaziali. L’ultimo volume, La rifondazione di Dune, risale al 1985, un anno prima della morte di Herbert. Da allora, il ciclo originale si è prolungato grazie al lavoro del figlio di Frank, Brian, il quale, con la collaborazione dello scrittore Kevin J. Anderson, ha continuato a scrivere di Arrakis basandosi sugli appunti lasciati dal padre: non sono un’amante di prequel, sequel, spin-off o cross-over, preferisco rimanere fedele all’autore originale, ma sappiate che le avventure sul pianeta Dune continuano.

Cosa dire su questo capolavoro che non sia già stato detto? Beh, intendo nuotare controcorrente e bestemmiare, come alcuni fanatici potrebbero pensare: Frank Herbert era un giornalista e fotografo e questi ruoli emergono moltissimo nella sua scrittura. Descrizioni che si ripetono o che non sono chiarissime, scene di lotta piuttosto caotiche, momenti di pathos appiattiti o non del tutto comprensibili. Considerata la ricchezza e la complessità dell’universo che rappresenta, il romanzo avrebbe dovuto essere più didascalico possibile (anche se, come sapete, è una caratteristica che non sopporto nella narrativa) perché il materiale c’è ed è meraviglioso.

Detto questo, me ne ritorno fra i Fremen e i vermoni con una bottiglia d’acqua: ora so cosa vuol dire soffrire la sete ed è orribile.

ATTENZIONE: Non mangiate nulla su Arrakis, è tutto drogato.

Un abbraccio,

Betta La Talpa

P.S. Trovate tutto il ciclo pubblicato in Italia prima dalla Sperling&Kupfer  e poi dalla Fanucci.

RIPRODUZIONE RISERVATA

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