Il dissidio del lettore come compratore

Oggi parliamo di cose serie, ma davvero. Ed è giunto il momento di essere coraggiose talpine e dire le cose come stanno nel mondo dei lettori, anche a costo di insulti.

Il lettore che entra in una libreria è socialmente un soggetto molto particolare. Sto parlando del lato commerciale, per questo escludo dal discorso le biblioteche. Il libro, diciamolo francamente, è nei fatti una merce che dà da vivere a molta gente, la quale giustamente deve essere remunerata per il proprio lavoro: redattori, traduttori, compositori, grafici, stampatori, operatori marketing e commerciali; per non parlare di coloro che sono esterni alle case editrici, ossia i distributori, le librerie, le agenzie e proprio i nostri cari autori. Prendete il prezzo di un libro qualsiasi e valutate quale percentuale spetta a ogni persona che a quel libro ha dedicato mesi di lavoro. A conti fatti, non costa molto ed è un prodotto che deve vendere per far girare l’economia.

Ecco, finita la prima parte, levo le vesti da persona senza cuore e rimetto la maschera di Betta La Talpa. Comprare un libro significa adottare una storia e i suoi personaggi, lasciare che uno scrittore entri nella nostra vita (e nella nostra casa) e ci faccia compagnia, nei modi che gli sono più congeniali: la paura, la fantasia, lo humour. E scegliere un libro significa conoscere se stessi e sapere dove vogliamo essere portati, dove vogliamo stare, dove vogliamo andare. Ecco perché non nascondo il mio odio per tutti i manuali di auto-aiuto, di qualsiasi genere siano (mistico o fisico poco importa) ed ecco perché non nascondo un velo di disappunto davanti a coloro che comprano libri completamente a caso, vittime del Lato Oscuro dell’editoria che è il reparto vendite, e non sanno cosa vanno a comprare, per cui la maggior parte delle volte falliscono miseramente. Ed ecco perché sono una estrema sostenitrice del poco ma buono: non comprarti cinque libri a pochi euro per passare del tempo utile a leggere di qualcuno che vuole bruciarti il cervello; piuttosto, metti via i soldi e comprati la graphic novel a venti euro, che ti darà molto di più e ti resterà per sempre. Per lo stesso motivo, non sono una simpatizzante degli e-reader.

Libri che costano poco perché l’edizione è estremamente scarna… salvo il caso dei tascabili, che semplicemente riducono di formato un libro già edito. Quello che conta non è il testo? Eh, no! Allora facciamo licenziare i redattori che sudano freddo a correggere le bozze, mandiamo a casa illustratori e grafici e il libro lo fai con un computer, punto e basta. Il testo è senza ombra di dubbio il cuore del libro come oggetto, ma dove mettiamo i magnifici Bompiani Deluxe, la collana Einaudi Tascabili Biblioteca, le copertine di Guido Scarabottolo per Guanda, per non parlare i paratesti dei Classici Feltrinelli? L’edizione non è un dettaglio più costoso, ma una veste precisa in cui vedere una storia.

Al mercato però capita molto spesso di vedere in vendita libri, spesso usati, a meno della metà del prezzo originale. Va bene, anch’io frequento la locale fierina libraria della mia città e ogni anno compro due o tre libriccini trovati per fortuna. Ma guardate bene e scoprirete perché costino così poco: edizioni fuori commercio dal ’96, titoli invenduti da almeno dieci anni, avanzi di stampa, usati in perfetto stato, stampe sbagliate. Comprate, ma con l’accortezza di studiare l’offerta del banco, perché, se dovete spendere cinque euro, spendetelo per un Signor Libro.

A questo punto, colgo l’occasione per difendere due diritti sacrosanti del lettore come compratore: il diritto di leggere boiate dopo una lettura impegnativa o in un periodo particolarmente stressante (uscita da una serie di ottime letture, ma direi piuttosto serie, mi sono data a un delizioso romanzo edito da Corbaccio, nell’edizione TEA, Il segreto della libreria sempre aperta di Robin Sloan, divertente e disimpegnato, ma denso di amore per i libri e dalla scrittura piacevolissima) e il fondamentale diritto di leggere i libri “dell’età sbagliata”. Migliaia di volte mi è capitato di sentire genitori dire ai bambini che portano un bel libro alla cassa: “Ma è un po’ da bimbo piccolo, quello…”. Un giorno mi accadde di essere derisa da due ragazzine in tenuta da rimorchio perché sul treno stavo leggendo una raccolta di fiabe: le ignorai, erroneamente, ma dentro di me oggi la laurea in Lettere Moderne, la specializzazione in  Filologia Moderna e l’incipiente Master in Professioni e Prodotti dell’Editoria, nonché un’esperienza in biblioteca e tesi sulla letteratura marinara, sulla storia di una biblioteca e, l’ultima in arrivo, sulle copertine di “Dylan Dog” mi fanno pensare che ognuno legge quello che vuole, purché lo faccia crescere intellettualmente, lo faccia riflettere e gli dia modo di incontrare persone di carta e inchiostro di gran valore. A differenza degli stupidi esseri umani, i libri sono compagni silenziosi, immortali ed estremamente intelligenti.

A presto,

Betta La Talpa

RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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